lunedì, 28 luglio 2014

ANCHE I SARDI SOTTO LE INSEGNE LEGHISTE

Autodeterminazione. Questa parola suona melodiosa alle orecchie dei sardi che fin dai primi anni del 900 anelano libertà, indipendenza e democrazia per la loro isola. Un sogno che ha vissuto diverse fasi storiche e che oggi viene rinnovato con l’incontro fra la Lega Nord e il Partito Sardo d’Azione. Giacomo Sanna, numero uno della storica formazione autonomista fondata da Camillo Bellini ed Emilio Lusso quasi ottantasei anni fa, correrà infatti sotto le insegne di Alberto da Giussano in Lombardia per conquistare un seggio al Senato della Repubblica. Una scelta - ci spiega lo stesso segretario - «che garantisce al nostro partito, una sicura presenza in uno dei due rami del Parlamento. Per questo motivo - aggiunge - siamo riconoscenti alla Lega per averci concesso questo diritto di tribuna. Grazie alla sensibilità della Lega ci sarà una voce sardista a palazzo Madama. Un segno di riconoscenza e rispetto che i nostri alleati storici hanno dimostrato di non avere...».Sta parlando dei partiti di centrosinistra, con i quali siete stati alleati in passato?«Mi riferisco proprio a loro. Li consideravamo alleati “tradizionali”, ma negli ultimi dieci anni ci hanno deluso molto. Infatti non siamo riusciti a trovare l’accordo per un’alleanza, né a livello regionale né a livello nazionale».Spesso i sistemi elettorali hanno sfavorito formazioni identitarie come la sua. Alle Europee, ad esempio, la Sardegna costituisce un collegio unico con la Sicilia, che però è più popolosa. Risultato: i deputati Ue sono tutti siciliani. Ci sono problemi anche per le elezioni nazionali?«Con l’attuale sistema sì. Se quello delle politiche fosse un proporzionale puro come è stato fino al 1992, non avremmo avuto problemi. Con la nostra percentuale attuale, saremmo riusciti ad eleggere una nostra rappresentanza. Avremmo portato a Roma almeno un deputato e un senatore, ma lo sbarramento, il collegamento con la coalizione e altri vincoli di fatto ci impediscono o ci rendono molto difficoltoso un risultato di questo tipo».Il PSd’Az ha una storia antica e gloriosa. Ma cosa vuol dire essere sardisti oggi?«Ha lo stesso significato di sempre: difendere i valori e gli interessi della Sardegna. È un progetto che pur avendo più di ottanta anni, non ha mai perso la sua validità. Non a caso, infatti, vanta numerosi tentativi di imitazione. C’è chi cerca in tutti i modi di copiarlo anche se non ha le carte in regola per farlo. Penso a quelle forze che lo applicano a fasi alterne, per poi tornare ad essere quello che sono in realtà: strumenti delle forze politiche italiane. Portatori di ordini e interessi lontani da noi».Cosa pensa del Patto per l’Autonomia, il progetto lanciato dalla Lega Nord?«Siamo molto attenti a quanto sta succedendo. E la mia candidatura dimostra come il lavoro impostato dalla Lega sia destinato a proseguire ben oltre il 10 aprile. Si tratta di un progetto che attraversa tutta l’Italia e che permette a tutte le anime autonomiste e indipendentiste di potersi incontrare e contare di più insieme». Sembra che il Belpaese stia vivendo una “fioritura” di nuovi e vecchi partiti autonomisti e indipendentisti. Pensa che si potrà verificare una situazione simile a quella spagnola, dove le sigle legate al territorio fanno sentire la loro voce sia a livello locale che nazionale?«L’attuale modello di Europa, incentrato sulle banche, sui poteri forti, su chi ha più soldi, ha contribuito molto a far risvegliare le culture autonomiste. Ovviamente nel vecchio continente ci sono anche altre anime che vanno ben oltre l’autonomismo e che non sono da meno. Nel nostro Paese, il rifiorire dal Nord al Sud di certe sigle, è la prova del fatto che qualcosa sta cambiando. E’ un segnale: la gente è stanca di un certo sistema».Cosa dovrà fare il prossimo governo per la Sardegna?«La priorità è quella di poter avere le risorse di Irpef e Iva previste dal nostro Statuto, ma che da dieci anni ci vengono negate. La Sardegna nell’ultimo decennio si è indebitata molto per colpa dello Stato che è inadempiente di fronte a una norma costituzionale. Secondo: non possiamo arrivare alle prossime elezioni europee senza avere la garanzia di poter esprimere un candidato eletto in Sardegna. Terzo: il ridimensionamento e la riconversione delle aree che per troppo tempo i sardi hanno destinato alle servitù militari. Sono già tre cose importati, alla quale è doveroso aggiungere la questione della continuità territoriale, perché dove persone e merci fanno fatica a muoversi, è molto difficile che l’economia possa prosperare». Se fosse per lei, come vorrebbe fosse la Sardegna fra dieci anni?«Io sogno una Sardegna sempre più libera. Una terra che abbia la forza di acquisire progressivamente sempre maggiori margini di autonomia, autogoverno, autodeterminazione. Una terra capace di ottenere quello che fino ad ora si è vista negare. A iniziare da norme che riteniamo fondamentali, come l’autonomia impositiva. Liberi di decidere e di scegliere il nostro futuro. Non vogliamo che certe scelte vengano prese da chi vive lontano da noi».Paolo Bassi(23 MARZO 2006)
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